Cellar Door

Aprite quella porta

Cellar Door Espressione inglese definita la più bella per la fonetica ed il significato, Porta della Cantina, che ha assunto un valore evocativo, misterioso, solo per iniziati ecc… utilizzato in mille contesti,  e talvolta o spesso si cita per fare i fighi.

Se siete nerd geek fan di Donnie Darko, linguisti anglosassoni o la tremenda Prof di Inglese del Liceo….. NON andate avanti ci sentiremo nella prossima pensata….

A me è piace la visione in cui nell’oscurità della cantina sono conservate tutte le nostre cose non esplicite non di routine, non solo oscure e dolorose ma anche misteriose e recondite.

Dall’alto le intravediamo come una massa oscura, per me un po’ bluette  e come i vini se lasciati troppo a lungo o perdono corpo o diventano aceto, e gli effetti deleteri si propagano al piano di sopra.

Se al contrario invece vengono utilizzati nei tempi giusti con la giusta cadenza diventano un grande alleato.

In cantina inoltre si cerca di riporre anche cose brutte che non ci piacciono  o non ci piacciono più, ma prima di riporle è bene guardarle e ringraziare che le abbiamo incontrate, sennò non avremmo potuto avere anche le cose belle.

In tutto ciò che facciamo e pensiamo, non dimentichiamoci di aprire quella porta che è una parte importante di noi.

Cosa c’entra tutto ciò con le relazioni, la professione e quant’altro viviamo quotidianamente? Per me è la porta da aprire ogni giorno per vedere noi stessi e non solo quello che ci raccontano di noi stessi gli altri e le situazioni quotidiane.

“and now something completely different” (cit. Monty Python)
do Android dreams of iOS sheep? 

 

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Una risposta a “Cellar Door”

  1. Leggo l’articolo e subito mi viene in mente il famoso sogno di Jung dei primi del ‘900, che storicamente sancisce l’inizio della sua emancipazione da Freud: “Ero in una casa sconosciuta a due piani. Era “la mia casa”. Mi trovavo al piano superiore, dove c’era una specie di salotto ammobiliato con bei mobili antichi di stile rococò. Alle pareti erano appesi antichi quadri di valore. Mi sorprendevo che questa dovesse essere la mia casa, e pensavo: “Non è male!” Ma allora mi veniva in mente di non sapere che aspetto avesse il piano inferiore. Scendevo le scale, e raggiungevo il piano terreno. Tutto era molto più antico, e capivo che questa parte della casa doveva risalire circa al XV o al XVI secolo. L’arredamento era medioevale, e i pavimenti erano di mattoni rossi. Tutto era piuttosto buio. Andavo da una stanza all’altra, pensando:” Ora veramente devo esplorare tutta la casa!” Giungevo dinanzi ad una pesante porta, e l’aprivo: scoprivo una scala di pietra che conduceva in cantina. Scendevo, e mi trovavo in una stanza con un bel soffitto a volta, eccezionalmente antica. Esaminando le pareti scoprivo, in mezzo ai comuni blocchi di pietra, strati di mattoni e frammenti di mattoni contenuti nella calcina: da questo mi rendevo conto che i muri risalivano all’epoca romana. Ero più che mai interessato. Esaminavo anche il pavimento, che era di lastre di pietra, e su una notavo un anello: lo tiravo su, e la lastra di pietra si sollevava, rivelando un’altra scala, di stretti gradini di pietra che portava giù in profondità. Scendevo anche questi scalini, e entravo in una bassa caverna scavata nella roccia. Uno spesso strato di polvere ne copriva il pavimento, e nella polvere erano sparpagliati ossa e cocci, come i resti di una civiltà primitiva. Scoprivo due teschi umani, evidentemente di epoca remota e mezzo distrutti. A questo punto il sogno finiva. ” (Memorie, sogni, Riflessioni – BUR, 1992).
    Quindi la cantina come rappresentazione dell’inconscio nella sua parte remota, che procede in profondità verso la caverna e verso le istanze primitive dell’essere umano e stratificate nel tempo. Da qui poi per Jung la teorizzazione dell’inconscio collettivo e degli archetipi da una parte, e la presa di distanza da Freud sull’analisi dei sogni, che per Jung non sono solo “facciata”, ma nel loro contenuto, prima della simbologia associata, già esprimono dei messaggi significativi.
    Aprire la porta quindi, significa darsi il permesso di accendere una torcia e guardare una storia di frammenti, molto antica, che parla di noi e della nostra civiltà, che può essere decifrata, esplorata, accolta, ma che non può più essere cambiata.

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